Si è tenuta questa nella mattinata del 25 marzo, nella sala congressi dell’Area Science Park di Padriciano - a Trieste, la conferenza conclusiva del progetto europeo Ero-STOP – Approcci avanzati e sostenibili alla prevenzione dell’erosione del suolo, cofinanziato dall’Unione europea nell’ambito del Programma Interreg VI-A Italia-Slovenia. Dopo due anni di attività, il progetto arriva alla sua fase finale portando risultati concreti sul piano tecnico, scientifico e normativo, ma soprattutto lasciando in eredità una rete di collaborazione transfrontaliera destinata a proseguire nel tempo.

Ad aprire i lavori sono stati i saluti istituzionali della direttrice dell’Istituto agroforestale di Nova Gorica (KGZ NG)Jana Čuk, che ha sottolineato il valore dei programmi Interreg nel mettere in relazione istituzioni, territori e competenze diverse. «Questi progetti sono importanti perché creano connessioni reali tra enti e persone – ha evidenziato – e la cosa più positiva è vedere che il gruppo di lavoro sta già discutendo su come continuare anche oltre la fine del progetto». Un passaggio chiave, accompagnato dalla consapevolezza che senza il sostegno dei fondi europei molte di queste attività difficilmente potrebbero essere portate avanti con continuità.

Nel messaggio istituzionale inviato dal Ministero per la Coesione e lo Sviluppo Regionale sloveno, il coordinatore Jan Capuder ha lodato il lavoro svolto, evidenziando come il progetto abbia affrontato un problema concreto con un approccio innovativo e transfrontaliero: «L’erosione non conosce confini e proprio per questo le soluzioni devono nascere dalla cooperazione tra esperti di diversi territori». Il tema dell’adattamento ai cambiamenti climatici, ha ricordato, rappresenta oggi una delle priorità strategiche a livello europeo. Sulla stessa linea anche l’intervento della Segretaria di Stato del Ministero dell’agricoltura, della silvicoltura e dell’alimentazione, Maša Žagar, che ha richiamato l’attenzione sull’importanza della tutela dei suoli agricoli: «Le aree rurali sono fondamentali per la produzione alimentare, ma possono essere compromesse anche in tempi molto brevi. Serve consapevolezza, e spesso questa nasce proprio nei momenti di crisi, quando si comprende davvero la necessità di intervenire».

A tracciare il bilancio del progetto è stata Karmen Bizjak Bat, responsabile di Ero-STOP per il lead partner Kmetijsko gozdarski zavod Nova Gorica, che ha ricordato i principali risultati raggiunti nel corso dei due anni di lavoro, per un investimento complessivo di 983.410 euro. «Abbiamo analizzato la legislazione esistente, elaborato proposte di miglioramento, sviluppato documentazione tecnica e implementato attività pilota in aree soggette a erosione», ha spiegato, sottolineando anche il lavoro di sensibilizzazione rivolto ad agricoltori e cittadini. Tra gli output principali, la preparazione delle basi per il miglioramento normativo a livello italiano e sloveno e la definizione di un piano d’azione transfrontaliero, costruito anche grazie al coinvolgimento diretto degli stakeholder locali attraverso workshop organizzati tra Ajdovščina e Portogruaro. Un progetto che ha avuto anche una forte componente divulgativa, con la produzione di materiali informativi e la diffusione dei risultati su diversi canali, dalla stampa alla televisione. «Abbiamo voluto raggiungere pubblici diversi – ha aggiunto Bizjak Bat – non solo gli agricoltori ma anche la popolazione, perché la prevenzione dell’erosione riguarda tutti».

Sul piano scientifico, il contributo di Alberto Bonora dello IUAV di Venezia ha evidenziato come le tecniche agricole possano incidere in modo significativo sulla riduzione dell’erosione, soprattutto nelle aree pianeggianti italiane. Attraverso modelli di simulazione, sono stati analizzati diversi scenari legati all’introduzione di pratiche come le cover crop e la semina diretta. «Le simulazioni mostrano riduzioni misurabili dell’erosione – ha spiegato – ad esempio con colture di copertura come senape e rafano, ma anche con tecniche di lavorazione conservativa che evitano la lavorazione intensiva del suolo». Inoltre, l’incremento della sostanza organica nel terreno, pur con un impatto più contenuto, contribuisce a migliorare la resilienza dei suoli nel lungo periodo.

Dalla Slovenia, Timotej Verbovšek dell’Università di Ljubljana ha presentato i risultati delle analisi sulle aree collinari, in particolare nei vigneti della valle del Vipava, dove erosione e frane spesso si sovrappongono. Attraverso modelli come RUSLE e SIMWE, il gruppo di ricerca ha cercato di quantificare i fenomeni erosivi e individuare le aree più vulnerabili. «In alcuni casi parliamo di più tonnellate di suolo perso per ettaro ogni anno», ha evidenziato, sottolineando la necessità di disporre di basi tecniche solide per supportare gli agricoltori nelle scelte operative. Tra le indicazioni emerse, il rafforzamento del suolo, una gestione più attenta dell’uso agricolo e la disponibilità di linee guida applicabili su scala locale.

Il tema normativo è stato approfondito dal geologo Giulio Lauri, che ha evidenziato come in Italia esista già un ampio quadro legislativo in materia di difesa del suolo, ma spesso frammentato. «Gli strumenti ci sono – ha spiegato – ma manca una visione unitaria e soprattutto una pianificazione preventiva efficace». Tra i riferimenti principali, il vincolo idrogeologico del 1923, i piani di bacino e il principio dell’invarianza idraulica introdotto nel 2010, secondo cui ogni trasformazione del territorio non deve peggiorare le condizioni idrauliche esistenti. Tuttavia, ha osservato Lauri, manca ancora una mappatura sistematica della vulnerabilità del suolo a livello nazionale e l’attuazione diffusa dei piani di bacino. Tra le proposte emerse: la creazione di un testo unico sull’erosione del suolo, lo sviluppo di cartografie dedicate, incentivi per le pratiche agricole conservative e strumenti innovativi come i contratti di suolo e paesaggio, ispirati ai contratti di fiume, per favorire la cooperazione tra territori con criticità simili.

Uno sguardo al futuro è stato offerto da Vasja Juretič (KGZ Nova Gorica), che ha evidenziato come il lavoro del gruppo di esperti non si fermerà con la conclusione del progetto. «Ci vorrà tempo per ottenere risultati ottimali – ha spiegato – perché il problema dell’erosione è diverso tra Italia e Slovenia: pianura da una parte, colline dall’altra. Serve un approccio integrato e condiviso». Juretič ha inoltre sottolineato il ruolo delle attività umane nei processi erosivi, ricordando come l’erosione sia spesso il risultato di un’interazione tra fattori naturali e interventi antropici.

A completare il quadro, il contributo del Consorzio di Bonifica del Veneto Orientale, con l’intervento del vicedirettore Graziano Paulon, che ha illustrato le connessioni tra erosione, gestione idraulica e pianificazione territoriale nella Litoranea Veneta, oggetto del progetto Poseidone, altro progetto Interreg volto alla preservazione del suolo. Il risanamento della laguna veneta nord orientale rappresenta un esempio di intervento che unisce sicurezza idraulica, fruibilità turistica e valorizzazione paesaggistica, realizzabili con un contributo complessivo di 133 milioni di euro.

La conferenza si è chiusa con l’intervento del professor Nejc Bezak, che ha offerto un inquadramento più ampio sui cambiamenti climatici e sugli effetti che questi stanno producendo nelle aree coinvolte dal progetto, ribadendo come l’aumento degli eventi estremi renda sempre più urgente sviluppare strategie di adattamento efficaci. Con la conclusione di Ero-STOP si chiude un percorso di ricerca e sperimentazione, ma si apre una fase nuova, in cui le conoscenze acquisite dovranno tradursi in azioni concrete, politiche territoriali più consapevoli e una cooperazione stabile tra Italia e Slovenia. Perché, come è emerso più volte durante la giornata, l’erosione del suolo non è solo un problema ambientale, ma una questione che riguarda direttamente il futurodei territori e la loro capacità di resistere ai cambiamenti in atto.